Siria. Raqqa in cerca del dopo-Daesh

Si torna a partorire all’ospedale, ma la chirurgia è ancora in emergenza. Ancora troppe ferite in una città in macerie, ma a piazza Niama, dove avvenivano le esecuzioni di massa, si torna a giocare

Raqqa
Raqqa

«Diffondevano il terrore perché non sopportavano nessuna opposizione: se li smentivi anche solo con una parola, ti uccidevano. Se trasgredivi un precetto religioso, o una loro legge, rischiavi la vita ed eri subito considerato un oppositore dell’islam. Una dottoressa, che entrò in ospedale con il capo scoperto, venne immediatamente picchiata. Se eri sorpreso a fumare, finivi in prigione. Uccidevano chiunque avevano davanti solo per il gusto di terrorizzare».

Il Daesh, visto da vicino, è nella voce calma e il volto pacioso di Aiman Hasun, un medico poco più che quarantenne dell’ospedale pediatrico di Raqqa . «Durante il loro dominio ho continuato a lavorare, eravamo costretti con le armi. Siamo rimasti solo in 5 medici, mentre altri 10 sono scappati nei primi mesi di dominazione. Rimpiazzati da giovani, tutti privi di esperienza», prosegue il dottor Hasun. Il governo dell’Esercito libero siriano fu una parentesi di soli sei mesi, che si concluse in uno scontro fra moderati e islamisti. «I jihadisti non erano guidati da capi siriani: venivano quasi tutti da fuori e avevano alle spalle venti anni di combattimento in Afghanistan, o in altri fronti caldi. Se poi finivi in mano ai loro servizi di sicurezza al 90 per cento eri ucciso».

Una vera “internazionale del terrore”, materializzatasi anche all’interno dei reparti ospedalieri, con gli uomini del Daesh che «riuscivano ad avere presa sui giovani. Quelli che ci comandavano erano quasi tutti stranieri. Chi li seguiva, fra gli abitanti di Raqqa, aveva tra i 18 e i 20 anni. Molti di loro, dopo un lavaggio del cervello, sono morti in battaglia: anche alcuni miei parenti si sono uniti al Daesh, trovando quella sorte». Il dottor Hasun sta visitando un bimbo nato da appena due ore: serve una lastra per verificare se c’è un piccolo problema alle anche, spiega alla nonna che trova la forza di sorridere. La vita continua, non senza fatica: «Ora la situazione sanitaria è migliorata rispetto a 3 o 4 mesi fa, perché molti reparti hanno ripreso a lavorare. Quando finì l’occupazione del Daesh era attivo solo il pronto soccorso. Adesso le maggiori carenze sono nella chirurgia, ma speriamo che presto siano risolte con l’apertura di un nuovo ospedale di Medici senza frontiere. Ora, soprattutto, c’è bisogno di assistenza fra la popolazione più povera». La vita riprende, in un ospedale completamente ristrutturato grazie ai fondi della Cooperazione italiana, di “Un ponte per” e della Mezzaluna rossa curda. Tuttavia la guerra civile ha lasciato la sua pesante eredità fra i bambini: «Ci sono traumi psicologici, rari casi di autismo e di leishmaniosi. E soprattutto, a causa di un vuoto nei vaccini, alcuni casi di meningite», spiega il pediatra. Una situazione non ancora sotto controllo, ma Hasun ne è certo: «Non andrò mai a lavorare all’estero. La maggioranza dei medici ha lasciato la città, ma la mia famiglia è a Raqqa e io voglio restare qui».

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